Commemorazione Maresciallo Francesco Di Cataldo presso San Vittore

Ieri ho partecipato ad un momento molto intenso e profondo presso la Casa Circondariale di San Vittore ovvero la Commemorazione del Maresciallo Maggiore Francesco Di Cataldo barbaramente ucciso a Milano il 20 del 1978 dalle Brigate Rosse mentre si recava al suo lavoro presso San Vittore. Francesco Di Cataldo era un uomo di grande umanità che credeva fosse necessaria una riforma del sistema penitenziario, credeva fortemente che solo attraverso il lavoro potesse diminuire il tasso di recidiva dei detenuti, e aveva ragione. Era un uomo molto amato dai colleghi e dai detenuti stessi per i quali si è impegnato a dar loro un livello di vita più dignitoso all’interno dell’Istituto Penitenziario.

Durante il mio intervento alla Commemorazione ho deciso di leggere un estratto di un libro che mi ha regalato il mio amico Antonio Quatela “Non solo Carcere” a cura di Domenico Alessandro De’ Rossi.

“Il carcere inutile:

Te ne accorgi subito, il carcere inutile si presenta come una cosa ferma e stanca, non guarda le persone, nemmeno le vede. E’ un non-luogo, infarcito di regole. Regole per i detenuti, regole per gli operatori penitenziari, regole per i visitatori. Regole che compaiono dappertutto, attraverso ordini di servizio, comunicazioni, avvisi. Anche i luoghi sembrano piegarsi alle regole e ne vestono l’architettura. […] La circostanza che tu sia un detenuto o un operatore penitenziario, oppure un magistrato o un medico, un avvocato o un assistente volontario è irrilevante, non interessa a nessuno; è tempo inutile in un luogo inutile.

Il carcere utile:

Il carcere utile è quello del rispetto della persona umana e della dignità. E’ quello che comprende l’attenzione all’uomo prigioniero e alla dignità dello Stato. E’ il carcere che è sputato sul territorio, ma che lo arricchisce con la sua presenza. E’ il carcere che riconosce l’importanza e il valore di ogni operatore con penitenziario che sia tale e che si senta tale. E’ il carcere che sottrae solo il tempo alla tua vita di persona detenuta, ma che lascia intatte le tue esigenze personali di pulizia, di igiene, di mantenimento di rapporti sociali con la famiglia e il mondo circostante, che puoi vedere, sentire ma non toccare. E’ il carcere del ripensamento e della responsabilità individuale e collettiva, che non giudica la tua storia, ma che dalla stessa non si può prescindere. E’ il carcere che t’insegna il lavoro.”

Io penso che se oggi Francesco Di Cataldo fosse ancora fra noi avrebbe scritto queste parole con la stessa delicatezza e profondità con cui ha fatto Enrico Sbriglia.

Sopralluogo al Carcere San Vittore

Sopralluogo al Carcere San Vittore

Fra le esperienze più intense e toccanti delle ultime settimane vi è stato il sopralluogo presso il Carcere di San Vittore indetto dalla Sottocommissione Carceri, di cui sono vicepresidente. Era per me la prima volta, ed ho a lungo riflettuto sulle emozioni che quella mattinata ha suscitato in me. E’ stato un uragano che ha travolto ogni mia certezza: più volte mi è mancata l’aria vedendo le celle così piccole e così colme di persone in attesa di qualcosa. L’ora del pasto, l’ora di uscire. Beckett direbbe Godot.

Camminando per i corridoi abbiamo incrociato la polizia penitenziaria, qualche detenuto indaffarato con lavori di pulizia, l’immagine di una Madonna inserita nel muro qua e là, però una costante mi schiacciava ad ogni passo: come possiamo dar loro la possibilità di reinserirsi nella città una volta usciti ed evitare che questo periodo di detenzione aggravi la loro situazione di isolamento dalla società?

Così ho ascoltato, ho fatto domande, ed ho scoperto che ci sono ex celle dove si può socializzare, altre dove si può fare un corso di lingua italiana, molte associazioni sono impegnate all’interno della Casa Circondariale di San Vittore per organizzare un concerto, uno spettacolo teatrale e così via. In alcuni momenti mi sentivo un po’ più sollevata, soprattutto quando la Vicedirettrice Teresa Mazzotta ci raccontava con quanto impegno stanno cercando da anni di gestire il problema del sovraffollamento nel Carcere.

Salendo le scale si sentiva un forte odore di aglio, si avvicinava l’ora di pranzo, e in quell’area c’erano i detenuti che avevano commesso reati a sfondo sessuale, qualche collega si è avvicinato ha parlato con loro, io ero bloccata, e così ho fissato a lungo il tabellone dove in corrispondenza del numero della cella vi era segnata la “tipologia” del detenuto: omosex, transex, non fumatore, lavorante e sav ovvero i sorvegliati a vista (ogni 10 minuti viene segnato su un registro cosa stanno facendo 24 ore su 24). Non riuscivo a smettere di guardare quella suddivisione, era giusta? Era sbagliata? Tante domande affollavano la mia mente e non trovavo risposta, e più mi guardavo attorno e più mi sentivo perduta nel labirinto dei miei dubbi.

Ad un tratto siamo arrivati in una zona dove c’era una musica di sottofondo, italiana, allegra, ero sollevata, “c’è musica!” ho pensato e poi percorrendo quel breve corridoio e guardando a destra e a sinistra all’interno delle celle ho visto volti spaesati, sguardi persi nel vuoto, poco reattivi al nostro passaggio, a differenza dei precedenti casi, finché sono giunta all’ultima cella sulla destra, era aperta, c’era un letto, uno di quelli con le cinghie che mi ricordò subito il film Qualcuno volò sul nido del cuculo, “sicuramente non viene più usato, certo che no, sono sicura” ho voluto chiedere conferma, mi hanno spiegato che in casi eccezionali si potrebbe dover ricorrere per il bene del detenuto, per evitare che si facciano del male, mi tremavano le gambe, la testa mi girava, mi mancava l’aria.. Ecco questo è in sintesi quello che ho vissuto durante il sopralluogo, una lunga apnea in attesa della risalita.

Un grazie di cuore alla nostra Garante delle persone private della libertà personale, Alessandra Naldi, e alla Vicedirettrice Teresa Mazzotta che ci hanno accompagnati nel sopralluogo della Casa Circondariale di San Vittore.